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  • Mario Bonfanti

Superare il dolore tra noi.

Aggiornato il: mar 5


Tutt* noi desideriamo amare ed essere amat*. E facciamo del nostro meglio per soddisfare questo bisogno umano, in tutte le relazioni che intessiamo nelle nostre vite.


Purtroppo, però, a volte proprio questi sono i luoghi dove avvengono gli strappi peggiori, le ferite più dolorose, le delusioni più amare. Non sempre per volere di una delle parti. Spesso più frequentemente per incomprensioni, fraintendimenti, aspettative disattese, non detti, scarsa chiarezza comunicativa, ecc. Anche se siamo razionalmente consci di tutto questo, la sofferenza che proviamo a volte è davvero molto grande: ci eravamo fidat* e affidat*; e ora ci sentiamo traditi profondamente. Abbiamo la sensazione che qualcosa si sia rotto o incrinato.


È possibile guarire e andare oltre?


Vorrei proporvi alcuni spunti presi da due libri, brevi ma molto intensi: "Superare il dolore tra noi" di Marshall B. Rosenberg e "Trasformare la sofferenza" di Thich Nhat Hanh.


Nel primo, lo psicologo statunitense avverte: "La maggior parte della gente pensa che si debba capire il passato per poterne guarire e che per capire si debba raccontare come si sono svolti i fatti. In questo modo si confondono la comprensione intellettuale e l'empatia. L'empatia è il cardine attorno al quale ruota la riconciliazione. Raccontare la storia di ciò che è accaduto ci dà la comprensione intellettuale sul perchè quella persona ha fatto ciò che ha fatto, ma è un'altra cosa rispetto all'empatia e non offre alcuna guarigione spirituale. Anzi, raccontare di nuovo la storia risveglia il nostro dolore. È come riviverlo di nuovo" (M. B. Rosenberg, Superare il dolore tra noi. La guarigione spirituale e la riconciliazione senza compromessi, Edizione Esserci, RE, 2013, pp. 18-19).


Quando si è ferit* e arrabbiat* con l'altra persona e si soffre è facile cadere in questa trappola. Il dolore per la ferita subita ci porta a reagire e pretendiamo che l'altra persona ci spieghi cosa cavolo le è venuto in mente per comportarsi in quel modo. Pretendiamo delle spiegazioni e anche delle scuse, come se questo potesse placare il nostro dolore. Dimentichiamo che l'altr@ non è l'origine del nostro soffrire. È come se avesse toccato una escoriazione sulla nostra pelle che ci ha provocato dolore e fatto scattare. Ma non è l'altr@ che ci ha escoriato. Ha solo (forse sbadatamente o inavvertitamente) urtato quella nostra ferita. Tornare a chiedere perchè l'abbia fatto e cercare di capire cosa abbia spinto l'altr@ a urtarci non allevia il nostro dolore.


Cosa possiamo fare, allora, di diverso?


Rosenberg prosegue nello stesso libretto, dicendo: "La prima cosa da ricordare è quella di mettere l'accento su ciò che è vivo ora, non su ciò che è accaduto in passato (...) La prima fase della guarigione implica dare empatia a ciò che è vivo in questo momento in relazione a quello che è successo" (ibid., p. 21).


Rivangare il passato non solo non serve, ma può essere fuorviante e pericoloso. Come, infatti, hanno dimostrato le neuroscienze, la memoria è sempre selettiva e creativa: non ricordiamo tutto, ma solo alcune cose che selezioniamo (più o meno consciamente); e anche ciò che riportiamo a consapevolezza è sempre ri-costruito; e, se contiene certamente frammenti di realtà (fatti e parole "oggettive"), essi sono sempre assemblati in maniera soggettiva (e a volte fantasiosa). Non esiste l'oggettività pura dei fatti, in quanto questi sono sempre, insieme, dei vissuti soggettivi. Andare al passato, quindi, non serve per fare chiarezza. Anzi, spesso confonde e crea maggiore tensione e conflitto. Ciò a cui è essenziale prestare attenzione è, invece, l'adesso, il momento presente, ciò che è vivo ora in ciascuno di noi.


E allenarci a mantenere qui la nostra attenzione.


È ciò che ci invita a fare Thich Nhat Hanh, nel libro sopra citato, quando scrive: "La presenza mentale è il modo migliore per stare con la propria sofferenza senza esserne sopraffatti. La presenza mentale è la capacità di dimorare nel momento presente, di sapere che cosa ci succede nel qui ed ora" (Thich Nhat Hanh, Trasformare la sofferenza. L'arte di generare la felicità, Terra Nuova Edizioni, FI, 2015, p. 13).


Poco oltre il monaco vietnamita aggiunge: "Quando la sofferenza si manifesta la prima cosa da fare è fermarsi, seguire il respiro e riconoscerla, non cercare di negare le emozioni scomode o di reprimerle. Inspirando so che la sofferenza è presente. Espirando saluto la mia sofferenza."

(ibid., pp. 19-20)


Questo ci chiede disciplina e allenamento.


Il dolore e la conseguente rabbia ci inducono ad agire subito come per istinto. Il nostro cervello vive l'altr@ come una minaccia e, quindi, attiva il sistema reattivo fight-flight-freeze (attacco-fuga-paralisi): un sistema arcaico legato alla sopravvivenza che innesca azioni repentine non mediate a livello conscio. L'altra persona, però, anche se ha toccato una nostra ferita, non è una bestia feroce affamata pronta a sbranarci. Anche se a volte la intepretiamo proprio in questo modo e reagiamo istintivamente. Se vogliamo superare il dolore tra noi e guarire le nostre ferite è fondamentale che inibiamo questo meccanismo reattivo e portiamo consapevolezza e scelta nelle nostre risposte. È ciò che ci invita a esercitare Thich Nhat Hanh attraverso la pratica della presenza mentale. E suggerisce che può anche essere utile aggiungere un mantra (da ripetere a se stessi mentre l'altr@ parla oppure da esprimere ad alta voce all'altra persona) per allenarci ad essere in ascolto della soffrenza dell'altr@ senza reagire: "So che stai soffrendo. Per questo sono qui per te" (ibid., p. 98).


Un altro elemento essenziale per avviare un processo di guarigione nelle relazioni è l'ascolto profondo ed empatico.


Facciamo innanzitutto chiarezza sul termine "empatia". Scrive Rosenberg: "Con l'empatia siamo con l'altra persona (...) Siamo con lei mentre prova i suoi sentimenti. Se ci distogliamo dall'altra persona per un secondo, possiamo notare che noi abbiamo dei sentimenti forti (...) Essi ci dicono che non siamo più con l'altra persona. Siamo rientrati in noi stessi. Quindi ci diciamo: Torna dall'altra persona" (ibid., p. 23).

L'empatia ci chiede di restare focalizzat* con tutta la nostra attenzione sull'altra persona, apert* e interessat* ad ascoltare ciò che è vivo in lei in questo momento, senza farci distrarre da ciò che accade dentro di noi, magari toccato o stimolato dalle parole altrui. Per fare questo non prendo mai sul personale ciò che l'altr@ dice, anche quando vi è dell'energia di rabbia oppure dalla sua bocca escono parole di giudizio; ma - usando un'espressione di Rosenberg - utilizzo le parole altrui come una finestra sul suo mondo: l'altr@ sta soffrendo e le sue parole portano con sè l'intensità di questo dolore. Non mi lascio travolgere da questa forza, ma ascolto il suo dolore.


Ovviamente a nessun@ viene chiesto di essere supereroe o supereroina: non dobbiamo obbligarci ad ascoltare o dare empatia, specie se in noi si è risvegliata una sofferenza acuta. Aggiunge, infatti, Rosenberg: "Se il nostro dolore è troppo grande, non riusciamo ad entrare in empatia. Quindi possiamo dire all'altro: In questo momento provo tanto dolore nel sentire alcune cose che hai detto e non sono in grado di ascoltare. Puoi darmi un attimo per affrontare questo dolore in modo che possa poi tornare ad ascoltari?" (ibid., pp. 23-24). Possiamo tornare al nostro respiro e praticare la presenza mentale, fare un attimo di pausa, bere un bicchiere d'acqua o una tisana, andare in bagno, sciacquarci la faccia, fare due passi... qualsiasi cosa ci possa essere utile per lasciar andare il nostro dolore e, poi, tornare ad ascoltare pienamente l'altr@.


Thich Nhat Hanh prosegue rispetto all'importanza dell'ascolto, scrivendo: "Ascoltare, più che parlare, è il modo più efficace di mostrare all'altro compassione. Hai un'opportunità di praticare l'ascolto profondo e compassionevole: saper ascoltare l'altro con compassione sarà come un balsamo guaritore per la sua ferita. La pratica dell'ascolto compassionevole ha un unico scopo: dare all'altro l'occasione di esprimersi apertamente e di soffrire di meno" (ibid., p. 40).


Questo ascolto ci chiede di restare in silenzio mentre l'altra persona parla, per lasciare che si possa esprimere fino in fondo, senza interruzioni. Ci chiede anche di lasciare da parte, per il momento, grazie alla pratica della presenza mentale, le nostre reazioni interne, i commenti che ci vengono in mente, i pensieri reattivi (di giustificazione, spiegazione, scusa, accusa, contattacco, ecc.). E ci chiede di tenerci saldamente ancorati al vero proposito e intento dell'ascolto, specie quando in me qualcosa reagisce. Aggiunge il monaco tibetano: "Mantieniti saldo nel tuo vero proposito e ricorda a te stesso: Ascoltando in questo modo, il mio unico scopo è aiutare l'altro a soffrire di meno. Avrà anche molte percezioni sbagliate - può darsi - ma non lo interromperò. Se mi butto nel discorso con la mia visione delle cose o lo correggo diventerà un dibattito e non una pratica di ascolto profondo. Magari un'altra volta avrò occasione di offrirgli di offrirgli qualche informazione perchè possa correggere le sue percezioni sbagliate. Ma non adesso. Questo genere di presenza mentale ti aiuta a tenere viva la compassione e ti protegge, impedendo che in te si scateni il seme della rabbia. (ibid., p 41).



Conclusione.


Vi ho presentato alcuni spunti presi da due grandi autori. Dei suggerimenti semplici e non facili: sono, infatti, semplici e attuabili da chiunque, ma, insieme, richiedono molta pratica e tenacia; è più facile, durante una iterazione tesa e carica di sofferenza, reagire e scivolare in un botta e risposta inconcludente e frustrante, che rischia di deteriorare ulteriormente la relazione già incrinata. Praticare la presenza mentale al momento presente e l'ascolto empatico ci chiedono molto esercizio. Ma solo così, in una relazione ferita, qualcosa si può pian piano rimarginare.


E chiudo con le parole di Thich Nhat Hanh: "Quando pratichiamo coscientemente l'ascolto profondo e la parola amorevole, si aprono per noi grandi possibilità di guarigione" (ibid., p. 42).

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