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  • Mario Bonfanti

So-stare consapevolmente... anche nel vuoto, nella noia e solitudine.

Aggiornato il: mar 23




In questo tempo di restrizioni e ordinanze interdittive a seguito del COVID-19, alcun* di noi hanno perso il lavoro, oppure sono stat* mess* in cassa integrazione o ferie forzate, oppure si sono viste sospese le attività a seguito dei vari DPCM. E così la vita ordinaria per tutt* è cambiata; se non addirittura stata stravolta.


Anche chi è in pensione, o era già in precedenza senza lavoro, oppure con una invalidità tale da non permettere alcuna occupazione e una vita sociale ordinaria, o è diversamente abile, si trova ora vittima di cambiamenti, suo malgrado.


In queste situazioni è facile provare un senso di solitudine, di vuoto e di noia.


Le relazioni ora sono rarefatte e la vita sociale bandita, vietati i baci e gli abbracci che infondono calore umano e vicinanza, le giornate prima frenetiche e sempre di corsa per alcun* in questi giorni sono vuote... e, se questo isolamento imposto come misura per arginare la diffusione del COVID-19 può produrre in alcun* una sensazione di solitudine e distanza affettiva, la sosta nell'attività lavorativa e nella ordinaria gestione della quotidianità può in altr* generare anche un senso di noia e di vuoto.


Che fare? Come possiamo gestire questo tempo imposto e non scelto? Come possiamo so-stare, cioè "imparare a stare", così che questo tempo possa essere costruttivo, nonostante tutto ?


Non voglio dire che questo tempo sarà sicuramente foriero di cambiamenti interiori. Non credo (anzi aborro) queste ideologie "spiritualoidi" che circolano in questi giorni e, con sconvolgente superficiale ingenuità, inneggiano a questo periodo funesto come momento propizio i cui, come singoli e come collettività, staremmo imparando valori diversi, più in armonia con la natura, ecc. Non ci credo affatto. Perchè so che ogni situazione della vita può essere sia occasione di crescita sia di peggioramento. Non è affatto detto che una disgrazia ci migliori. In tanti casi anzi ci ha peggiorato come umanità e reso ancora più individualisti e cinici. Preferisco non farmi vane illusioni. Insieme credo che possiamo - certo - fare noi la differenza, ma a patto che (e solo se) lavoriamo profondamente e a lungo su noi stessi per modificare il nostro atteggiamento mentale; e, quindi, il nostro cervello.


Prendo, in questa direzione, qualche spunto dalla Mindfulness e dal suo approccio che invita a stare nel momento presente, così com'è, senza giudizio.


Nel libro Mindfulness per principianti Jon Kabat-Zinn scrive: "La meditazione non è fare! La meditazione è essere. È presenza pura e semplice." E poi specifica che "la sfida della mindfulness è quella di essere presenti alla nostra esperienza così com'è, senza cercare di cambiarle immeditatamente o forzarla ad essere differente (...) Riuscire a sostare nella consapevolezza è l'essenza della mindfulness".


So-stare nella consapevolezza, saper stare presenti a ciò che accade consapevolmente.

Ecco il primo fondamentale atteggiamento da coltivare.


In genere, quando proviamo emozioni poco piacevoli, tendiamo invece a fuggire: in noi partono istinti reattivi di fuga da questa situazione sgradevole che ci portano, per esempio, a trovare qualcosa da fare per riempire il tempo vuoto, a buttarci a scrivere in una chat per non sentirci isolati, a guardare la TV o il PC se siamo annoiati...


La Mindfulness, invece, ci invita, come prima cosa, a non agire. Scrive Jon Kabat-Zinn nel libro Dovunque tu vada, ci sei già: "Non-agire significa semplicemente lasciare che le cose seguano il proprio corso e si svolgano a loro modo". Sia ben chiaro: questo non signifca essere remissivi, inermi o fatalisti. Invece, scrive sempre Kabat-Zinn nel libro Mindfulness per principianti: "Accettazione, fondamentalmente, significa comprendere come stanno le cose, trovare nuove modalità per avere una relazione saggia con esse e poi agire in modo appropriato, con una visione più chiara delle cose."


Perchè è così importante il non agire?

Cerchiamo di capire meglio.


Nel libro Il respiro della felicità l'autrice Sharon Salzberg scrive: "Praticare la meditazione di consapevolezza (o mindfulness) significa scegliere di restare immobili invece che rifuggire da pensieri ed emozioni difficili. Invece di farci trascinare dalle solite reazioni condizionate, restiamo calmi e osserviamo, presenti con tutto il nostro essere a quello che c'è, toccandolo nel profondo, facendoci toccare da esso e vedendo quello che succede nel modo più semplice e diretto possibile".


È una scelta: una decisione che volontariamente prendiamo di andare in una direzione differente rispetto alla reazione abituale dei nostri automatismi mentali.


Questo comporta un grande allenamento mentale. Infatti, la nostra mente naturalmente si "attacca" a ciò che ci piace ed "evita" ciò che ci infastidisce. Se non portiamo consapevolezza osservando ciò che accade in noi, l'attaccamento rischia di portarci verso aspettative e/o dipendenza, mentre l'evitamento verso allontanamento e/o rifiuto. Questi meccanismi, se inconsapevoli, ci portano ad agire in modi molto disfunzionali. Restare immobili e osservare significa portare consapevolezza a questi meccanismi presenti in noi.


Come scrivono Segal, Williams e Teasdale nel libro Mindfulness. Al di là del pensiero, attraverso il pensiero: "La motivazione che alimenta le abitudini cognitive automatiche è una qualche forma di avversione o desiderio. Per questa ragione, l'accettazione di ciò che è ha l'effetto di indebolire l'energia che sospinge tali abitudini". E solo quando l'intensità di emozioni poco gradevoli è diminuita, allora possiamo aprirci a modalità più utili e funzionali per prenderci cura di noi.

Gli autori proseguono scrivendo: "Naturalmente è comprensibile che una persona in preda alla sofferenza voglia evitare di soffrire. Secondo la Mindfulness, tuttavia, una risposta adeguata consiste, in primo luogo, nel riconoscere con quale rapidità reagiamo gettandoci a capofitto sul tentativo di risolvere il problema" E poi, in secondo luogo, ci invita a "mollare la presa, abbandonare l'accanimento a voler risolvere a tutti i costi e provare invece a indietreggiare guardando il problema attraverso le lenti della non-reattività".


Potremmo, quindi, per esempio, invece che trovare subito qualcosa da fare, scrivere un messaggio in una chat, accendere PC/TV, sostare un attimo con ciò che è presente in noi e osservare il vuoto, la noia, la solitudine che stiamo provando in quel momento.



Un altro elemento importante in questo lavoro mentale è la cosiddetta disidentificazione.


Scrive Jon Kabat-Zinn nel libro Mindfulness per principianti: "Spesso tendiamo a identificarci con i contenuti dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e a identificarci con la narrazione che costruiamo nei confronti della nostra esperienza in base a ciò che ci piace o non ci piace (...) Il valore della mindfulness risiede nel prestare attenzione in modo diverso alla quotidianità della vita che si dispiega dinnanzi a noi momento dopo momento".


E chiama questo cambiamento rotazione ortogonale della coscienza. Prosegue affermando: "Nulla è diverso e tuttavia tutto è diverso; perchè c'è stata una rotazione nel nostro modo di osservare, nel nostro modo di essere, nel nostro modo di sapere". Il vuoto resta vuoto, la noia noia e la solitudine solitudine. Ma invece che identificarmi con queste sensazioni sgradevoli, le osservo, ascolto cosa provo nel corpo, quali pensieri sono presenti nella mia mente, e poi lascio andare. Non mi identifico dicendo a me stess@: "Uff come sono annoiat@" ma guardo dentro di me e, tra le varie cose presenti, scorgo anche della noia. Spiega Kabat-Zinn: "Potresti affrontare un momento di paura chiedendoti: la consapevolezza della mia paura è spaventata? e poi cercare in fondo la risposta (...) Come passo successivo potresti provare ad abbandonare completamente l'aggettivo mio e poi vedere come ti senti".


È un vero cambio di prospettiva, una rotazione mentale che mi fa passare dall'essere invischiato nel malessere all'osservarmi mentre ho quel malessere. E poi lasciarlo andare.

Segal, Williams e Teasdale nel libro sopra citato scrivono: "Lasciare andare è un'abilità cruciale sia per impedirsi di entrare in circoli viziosi mentali sia per uscirne" E specificano che "l'espirazione è il veicolo naturale utilizzato per lasciar andare".



Perchè allora, quando proviamo vuoto, noia, solitudine o altre sensazioni sgradevoli, non imparare a stare, invece che reagire, a inspirare osservando ciò che ciò che c'è in noi, per poi espirare (magari anche emettendo qualche suono) lasciando andare?



E chiudo con le parole di Jon Kabat-Zinn che, nel libro Mindfulness per principianti, scrive: "Non sto dicendo che sia facile, Nè sto dicendo che magicamente le cose miglioreranno. Ma è un modo di lavorare con il dolore e il male, che può trasformarci e liberarci".



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