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  • Mario Bonfanti

Le 3 empatie.





L'empatia è la capacità di comprendere lo stato d'animo altrui.


Il termine proviene dal greco "en-patheia" e indica la compartecipazione emotiva che lo spettatore provava durante una rappresentazione teatrle/musicale. Comunemente l'empatia viene espressa con la locuzione "mettersi nei panni di" o, in alcune lingue "mettersi nelle scarpe di".


Negli anni '90, il prof. Giacomo Rizzolatti, durante alcuni studi sul comportamento dei primati, con la sua equipe di ricercatori di Parma, scoprì quelli che poi battezzò "neuroni specchio": un gruppo particolare di cellule cerebrali che risponde agli stimoli visivi e motori insieme e che è alla base di questo sentire. Passando dallo studio del cervello dei primati a quello umano, il dott. Rizzolatti vide che quando io osservo un'altra persona provare un'emozione, nel mio cervello si attivano gli stessi vox (le stesse identiche aree) ative nel cervello dell'altra persona: provo la stessa identica emozione dell'altro. Ecco un breve video in cui il professore lo spiega con chiarezza:



Le successive ricerche sul cervello hanno, poi, portato gli studiosi a distinguere tre tipi di empatia. Ne parlano Daniel Golemann e Richard J. Davidson nel libro "La meditazione come cura" edito in italiano da Rizzoli: "l’empatia cognitiva, che ci permette di comprendere come pensano le altre persone, vedendo le cose dal loro punto di vista; l’empatia emozionale, con cui sentiamo ciò che l’altro sta provando; e la sollecitudine empatica (o atteggiamento altruista), che sta al cuore della compassione."


Ma sono una correlata all'altra oppure distinte? In altri termini: se comprendo il punto di vista altrui, sento anche ciò che sta provando? E mi muovo concretamente verso l'altro?


Ecco un interessante esperiemento che fecero i ricercatori per verificare o meno questo nesso:



Ciò che è emerso dagli studi è che se la comprensione intellettuale (empatia cognitiva) non necessariamente ci fa provare le emozioni altrui (empatia emozionale), quest'ultima può addirittura bloccarci e impedirci di prenderci cura dell'altro. Nel caso, infatti, in cui ci troviamo di fronte alla sofferenza altrui, il provare anche noi stessi quella sofferenza, attiva un circuito del cervello (incentrato sull'insula) che ci fa sentire dolore e quindi produce in noi turbamento: restiamo bloccati e paralizzati.

E' quanto ci accade quando assistiamo a una scena o notizia che ci travolge emotivamente e lascia in noi una sensazione di malessere e disagio che perdura per minuti (o anche ore) e che mantiene il nostro cervello concentrato su noi stessi.


Come possiamo, allora, entrare in empatia con l'altro senza essere trascinati nel suo stato d'animo e andare concretamente in suo aiuto, in caso di bisogno?


I ricercatori dell'Istituto Max Planck di Lipsia hanno insegnato a dei volontari una versione della meditazione della gentilezza amorevole, che i soggetti hanno praticato prima in una sessione guidata di sei ore e quindi da soli a casa. In seguito a questo allenamento, venne mostrato loro un filmato di persone che soffrivano o urlavano dal dolore, mentre i loro cervelli venivano scansionati con risonanza magnetica funzionale. E i risultati furono davvero interessanti: diversamente dall'insula, in loro si attivava un circuito completamente diverso: quello dell'amore parentale verso un bambino. I loro cervelli, cioè, non erano sopraffatti (e paralizzati) dal dolore che provavano (e quindi concentrati su di sè) ma erano protesi amorevolmente verso l'altro. Ecco la sollecitudine empatica.


Ma la scoperta ancor più interessante che fecero gli studiosi è che per rafforzare questi ultimi circuiti bastano anche solo dei brevi periodi di addestramento. Come concludono Golemann e Davidson: "Abbiamo il sospetto che la coltivazione della compassione possa avvantaggiarsi di una «predisposizione biologica», una prontezza intrinseca all’apprendimento di una determinata abilità (come si vede, per esempio, nella rapidità con cui i bambini piccoli imparano a parlare). Come nel caso del linguaggio, il cervello umano sembra predisposto a imparare ad amare."








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