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  • Mario Bonfanti

La forza ed efficacia della nonviolenza.

Tutti noi associamo la parola “nonviolenza” a Gandhi. Ma forse pochi conoscono il reale senso dell’azione del Mahatma. E meno ancora sanno chi sono Marshall B. Rosenberg e Gene Sharp.

Andiamo per gradi. Pariamo dal Mahatma Gandhi e dalla sua proposta.


Il principio dell’Ahimsa

Innanzitutto è importante precisare che Gandhi in verità non usava “nonviolenza”, ma il termine sanscrito Ahimṣā (composto da a privativa e himsa che significa «danno, violenza»). La parola si potrebbe rendere con la perifrasi italiana «assenza del desiderio di nuocere/uccidere».


Le radici religiose

Questo concetto etico è tipico del mondo orientale e trova le sue migliori espressioni in ambito indiano nel buddhismo e nel giainismo, mentre in Cina nel taoismo. Il taoismo è in buona sostanza una religione della natura in cui il concetto di wu wei è fondamentale. Il wu wei è un precetto che riguarda il tassativo “non agire” in nessun modo a danno della natura. Lo scopo del principio del wu wei è quello di conservare il perfetto equilibrio, il Tao, del mondo nella sua interezza e di vivere il più possibile allineati (in armonia) con questo equilibrio.


La connotazione politica dell’Ahimsa

Il principio dell’ahimsa venne teorizzato formalmente e ricevette una connotazione politica negli anni venti del Novecento, quando il Mahatma Gandhi lo applicò al movimento anticoloniale indiano ed ebbe così un peso notevole per il successo del movimento indipendentistico indiano.

Gandhi, rifacendosi alla dottrina tolstojana della “non resistenza al male con il male” basata sul Discorso della Montagna di Gesù, utilizzava l’espressione non-violenza per porre l’accento su ciò che di negativo (la violenza) bisognava sforzarsi di eliminare, al fine di costruire un mondo di pace. Gandhi fu altresì influenzato da Thoreau e dal suo saggio Disobbedienza civile.


Resistenza passiva o azione nonviolenta attiva?

Gandhi, però, non amava la parola “nonviolenza”, perché, a suo dire, rischiava di insinuare l’idea di una azione politica basata sulla resistenza passiva all’oppressione. Al contrario, secondo il Mahatma, l’azione non-violenza era da intendersi come “resistenza attiva” contro il male.

E’ per questo che egli preferì coniare una nuova parola indiana: satyagraha che significa forza della verità (da Satya: Verità e Graha: forza). Gandhi adottò tale termine distinguendo così la “nonviolenza del debole” (di chi non ricorre alle armi per viltà) dalla “nonviolenza del forte” (di chi può usare la violenza, ma preferisce ricorrere alla forza dell’amore); solo la seconda era, secondo Gandhi, la vera non-violenza e satyagraha.


La forza della verità

In questa direzione, per il Mahatma, satyagraha non comportava un’assoluta e indiscussa nonviolenza o un pacifismo ad oltranza.

Essa invece contempla anche, in casi estremi, l’uso della violenza, ma non per scopi nè con intenzioni violente. Ecco le parole dello stesso Gandhi: Credo fermamente che, laddove non ci sia che da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero, oppure seguire il suo istinto e usar la propria forza fisica per difendermi), io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare violenza. Però credo fermamente che la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza.

Ecco perchè la parola italiana nonviolenza non rende il concetto molto più ampio e pratico della proposta gandhiana: che non è quella di un acritico e irenico pacifismo, ma di una azione politica forte che porti dei reali cambiamenti sociali… cambiando la struttura di fondo del sistema.


La Comunicazione Nonviolenta di Marshall B. Rosenberg

In questa stessa direzione di cambiamento strutturale del sistema, lo psicologo americano Marshall B. Rosenberg ideò, negli anni ’60 un modello di approccio relazionale e di cambiamento sociale che chiamò Comunicazione Nonviolenta (abbreviato spesso nell’acronimo CNV) anche in onore a Gandhi e alla sua proposta.

La CNV è un approccio che parte dallo sradicare alle basi, e partendo da noi, la struttura patriarcale di dominio, cardine di alcune attuali società (come quella occidentale che sta creando ingiustizie al suo interno e nel mondo intero) in modo da contribuire a un reale e radicale cambiamento sociale verso la giustizia (o compassione).

Il presupposto base è che l’uomo è strutturalmente fatto per entrare in empatia con gli altri e che ciascuno di noi è naturalmente portato a contribuire al benessere altrui. Ma l’educazione propria di queste società patriarcali ci porta a inibire e alienarci dalla nostra vera natura per farci preferire la violenza. Occorre quindi operare una inversione di rotta e riallinearci con la nostra vera natura: l’empatia.

La proposta di Rosenberg, quindi, non inerisce solo l’ambito “comunicativo” (some potrebbe far fra-intendere il nome). Ma, con uno spessore e uno spirito ben più ampio e profondo, vuole essere una “spiritualità trasformativa” che si pone l’obiettivo di trasformare la società partendo da noi stessi. Secondo il motto di Gandhi: sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.


La verità forte dell’empatia

Partire da noi stessi significa tornare alle leggi psicobiologiche cui siamo costituiti.

Scriveva Gandhi: Non sono un visionario. Mi reputo un idealista pratico. La religione della non-violenza non è intesa soltanto per i rishi [saggi indù] e per i santi. È intesa anche per la gente comune. La non-violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito giace in letargo, nel bruto, ed egli non conosce altra legge che quella della possanza fisica. La dignità umana richiede che si obbedisca a una legge più alta: alla forza dello spirito.

E’ la stessa identica cosa che diceva Rosenberg, anche se con parole differenti: La base spirituale per me è il fatto che cercando di connettermi con l’Energia Divina negli altri e connettere lodo con il Divino in me, amiamo contribuire al benessere reciproco più di ogni altra cosa. Questa è la base spirituale e in questo luogo la violenza è impossibile.

E’ ciò che anche le scienze (quali l’antropologia culturale, l’archeologia, la filosofia, lo studio delle religioni comparate e – non da ultimo – le neuroscienze) evidenziano con sempre maggiore chiarezza: siamo “animali sociali” da sempre fatti per relazionarci empaticamente con i nostri simili e collaborare, in rete gli uni con gli altri. Non solo: queste discipline sottolineano come la violenza abbia fatto comparsa solo di recente nella storia evolutiva dell’umanità e sia in totale dissonanza con gli “imperativi neurologici” (cioè è disfunzionale alla nostro benessere, creando eccessivo stress e ansia).


Gene Sharp e l’Albert Einstein Institute

Gene Sharp (scomparso di recente a Boston, il 28 gennaio 2018) è stato un filosofo, politologo, accademico e saggista. Nel 1983 fondò l'Albert Einstein Institute specificatamente finalizzato a «lo studio e l'utilizzo della nonviolenza nei conflitti di tutto il mondo».

Nella Prefazione di un suo famosissimo testo Politica dell’azione nonviolenta (tradotto in quasi tutte le lingue e diffuso in tutto il mondo) Sharp scrive: Ho cominciato questo studio convinto che siano necessarie alternative alla violenza per combattere la tirannia, l’aggressione, l’ingiustizia e l’oppressione. Nello stesso tempo mi sembrava evidente che tanto i precetti morali contro la violenza quanto le esortazioni all’amore e alla nonviolenza avevano contribuito poco o nulla a porre termine alla guerra. Mi sembrava che solo l’adozione di un metodo diverso di azione e di lotta potesse eventualmente condurre a una sensibile riduzione della violenza politica, nel rispetto della libertà, della giustizia e della dignità umana.

A partire da qui, la sua lunga ricerca e osservazione delle azioni nonviolente che avevano cambiato effettivamente il corso degli eventi lo ha portato a individuare strategie realistiche e davvero efficaci che possono essere replicate e applicate in gruppo con la sicurezza che ottengono reali effetti sulla politica (anche quando si tratta di un regime dittatoriale).

Nel secondo volume del libro sopra citato (Politica dell’azione nonviolenta) Gene Sharp stila (e passa in rassegna) una lista di ben 198 tecniche nonviolente utilizzate dalle persone e che sono risultate realisticamente efficaci.


La costante dedizione e pratica della nonviolenza

Sempre Sharp affermava: L'azione non violenta è una tecnica per condurre conflitti, al pari della guerra, del governo parlamentare, della guerriglia. Questa tecnica usa metodi psicologici, sociali, economici e politici. Essa è stata usata per obiettivi vari, sia "buoni" che "cattivi"; sia per provocare il cambiamento dei governi sia per supportare i governi in carica contro attacchi esterni. Il suo utilizzo è unicamente responsabilità e prerogativa delle persone che decidono di utilizzarlo.

Allo stesso modo la Comunicazione Nonviolenta insiste sull’importanza dell’intenzione. Scriveva Rosenberg: Lo scopo primario della Comunicazione Nonviolenta è quello di relazionarsi con le altre persone in un modo che favorisce lo scambio compassionevole. Ma aggiungeva anche che: Per poter vivere in un modo nonviolento abbiamo bisogno di molta forza e lucidità. La nostra inclinazione ad ascoltare gli altri con empatia non è semplicemente lì una volta per sempre (…) La chiarezza spirituale è una delle cose più importanti. Ma poi occorre anche fare tanto esercizio.


Se vogliamo, dunque, riporre la violenza nel museo della storia dell’umanità, è fondamentale che torniamo a questa forza interiore presente in ciascuno di noi (Ahimsa) che è quella radicale struttura che gli neuroscienziati chiamano empatia e i fisici quantistici interconnessione del tutto; e, radicati in questa certezza e dediti ad essa con tutto noi stessi, esercitarci con costanza e pazienza e agire insieme, mettendo in atto quelle tecniche che nella storia umana si sono rivelate efficaci anche per abbattere le peggiori dittature e migliorare la società.


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